Estratto dal capitolo 5° de “la psicoanalisi del Buddha e il peccato originale”

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Estratto dal capitolo 5° de “la psicoanalisi del Buddha e il peccato originale”

Messaggio  Elitheo Carrani il Ven Dic 14, 2012 11:33 pm



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5.2.2 Il perdono nella psicologia

Anche la psicologia e le psicoterapie “lavorano”
moltissimo sul concetto di perdono, anche se a livello
di linguaggio, i concetti vengono espressi con termini
più scientifici e tipici della disciplina.

In psicologia si parla di “superamento dei vissuti”, di
“rielaborazione del conflitto” di “accettazione di sé e
degli altri” di “superamento edipico” di
“ristrutturazione del subconscio”, di “gestione del
transfert”. Sono tutte espressioni che indicano la
necessità per il paziente della psicoterapia o della
psicoanalisi di affrontare le aree di sofferenza interna,
viverle e risolverle attraverso l’accettazione e poi il
superamento. E così sono “superamento dei vissuti”
“rielaborazione del conflitto” “accettazione di sé e
degli altri” “superamento edipico” “ristrutturazione
del subconscio” le capacità del paziente di prendere
coscienza, per esempio, dell’odio subconscio che ha
assorbito nell’ambito famigliare, in seguito a torti veri
o presunti, subiti nei primi anni di vita, che non gli
consentono, oggi, di instaurare positivi rapporti con il
prossimo. Il superamento di questi conflitti passa
necessariamente attraverso un ”perdono” verso i
responsabili (veri o presunti) di queste sofferenze,
perché fino a quando non si arriva a “perdonare” i
torti subiti, non si possono rimuovere i sentimenti, le
emozioni, le energie negative a questi collegate.
La psicoanalisi, in effetti, ha dato un grosso
contributo alla comprensione delle dinamiche emotive
e alla comprensione stessa degli insegnamenti
religiosi, dando contenuto oggettivo e scientificoagli
insegnamenti tradizionali. Se si osserva con un
minimo di attenzione cosa la psicologia insegna
sull’educazione dei bambini e sui comportamenti tra
gli adulti, vedremo che non si discostano granché
dagli insegnamenti tradizionali delle etiche religiose
più avanzate.
Nella parabola, per esempio, del “figlio prodigo”
(Vangelo di Luca 15:11 – 15:20) viene posta in

evidenza la capacità di perdono di un padre che vede
tornare, dopo anni di assenza, il figlio che ha
dilapidato la sua parte di eredità e, per la gioia,
decide di far festa per il suo ritorno. L’altro figlio, da
sempre con il padre, si risente di tanta benevolenza
verso la “pecora nera” della famiglia. Anche qui, agli
occhi dello psicoterapeuta, vi è un “vissuto
conflittuale” del fratello fedele al padre, che giudica
“ingiusto” il trattamento verso il fratello, evidenziando
un conflitto tra i fratelli per l’affetto del padre, tipico
di molte famiglie. In questo caso lo sforzo dello
psicoterapeuta sarebbe nel far “realizzare” che nel
comportamento del padre c’è solo amore per il figlio
ritrovato e non diversità di affetto, e che la chiave per
il superamento del conflitto è nell’accettazione del
fatto che non si può pretendere l’esclusività
dell’amore paterno, perché sarebbe egoistico e
soprattutto ingiusto verso gli altri figli.
La parabola ha ovviamente l’obiettivo di insegnare che
l’amore di Dio è per tutti gli uomini, anche per i
peccatori (anche qui viene sottolineata l’impossibilità
di guadagnarsi l’amore di Dio attraverso i propri
comportamenti “giusti”, ma, viceversa esso è dato a
chiunque lo chieda), ma al contempo è un grande
insegnamento “psicologico” su come si debbano
intendere i rapporti all’interno di una famiglia e di
una comunità.
Un altro passo importante per i contenuti fortemente
psicologici, legati al concetto del perdono, espressi nei
Vangeli è il passo della prostituta Maddalena che
profuma i piedi di Gesù con l’unguento profumato
Il passo è il seguente:
Uno dei farisei lo invitò a pranzo; ed egli,
entrato in casa del fariseo, si mise a tavola. Ed

ecco, una donna che era in quella città, una
peccatrice, saputo che egli era a tavola in casa
del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di
olio profumato; e, stando ai piedi di lui, di
dietro, piangendo, cominciò a rigargli di lacrime
i piedi; e li asciugava con i suoi capelli; e gli
baciava e ribaciava i piedi e li ungeva con l'olio.
Il fariseo che lo aveva invitato, veduto ciò, disse
fra sé: «Costui, se fosse profeta, saprebbe che
donna è questa che lo tocca; perché è una
peccatrice».
E Gesù, rispondendo gli disse: «Simone, ho
qualcosa da dirti».
Ed egli: «Maestro, di' pure».
«Un creditore aveva due debitori; l'uno gli
doveva cinquecento denari e l'altro cinquanta. E
poiché non avevano di che pagare condonò il
debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà
di più?»
Simone rispose: «Ritengo sia colui al quale ha
condonato di più».
Gesù gli disse: «Hai giudicato rettamente».
E, voltatosi verso la donna, disse a Simone:
«Vedi questa donna? Io sono entrato in casa tua,
e tu non mi hai dato dell'acqua per i piedi; ma
lei mi ha rigato i piedi di lacrime e li ha
asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato
un bacio; ma lei, da quando sono entrato, non
ha smesso di baciarmi i piedi. Tu non mi hai
versato l'olio sul capo; ma lei mi ha cosparso di
profumo i piedi. Perciò, io ti dico: i suoi molti
peccati le sono perdonati, perché ha molto
amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco
ama». (Luca 7:36-7:47)

Osservate con attenzione: il fariseo fa notare che un
profeta non dovrebbe farsi toccare da una
peccatrice, per giunta prostituta, suggerendo l’idea
che chi è “giusto” secondo le leggi religiose, non
deve essere contiguo, vicino, prossimo,al peccatore,
essenzialmente per non “corrompersi” anche lui.
L’idea suggerita dal fariseo è che si debba stare
lontano dal peccato, perché esso è da evitare (è
male!). Accenniamo qui solo superficialmente che
tale atteggiamento sia essenzialmente dettato dalla
pauradi perdere un certo status (di purezza,
giustizia ecc.). Gesu’ ancora una volta, come in
quasi tutte le pagine del Vangelo, sovverte il senso
comune e ribalta la logica, facendo riflettere su
quanto sia profondo il pentimento della donna e
quanto sia più grande il perdono che gli debba
essere dato (un grande torto necessita di un grande
perdono, un piccolo torto, a volte, non richiede
nemmeno il perdono perché non necessario). Inoltre
aggiunge un parallelismo: l’ampiezza del
pentimento chiede, chiama, imponeil perdono, e
più è grande il peccato, più deve essere grande il
pentimento; più è grande il pentimento, più deve
essere grande il perdono.
Nella analisi dei vissuti psicologici, queste
dinamiche emergono con frequenza: là dove il
paziente ha vissuto grandi sofferenze e traumi,
dovuti per esempio ad un cattivo influsso
genitoriale, deve, se vuole recuperare uno stato
psichico positivo e costruttivo, riuscire a “superare”
interiormente, risolvendole, le sofferenze patite, e
quindi, più grande è stata la sofferenza accumulata,
più grande deve essere necessariamentela capacità
del paziente di perdonare interiormente gli autori

delle sofferenze, perché fino a quando i torti non
vengono perdonati, le sofferenze permangono, in
quanto sono esse stesse la manifestazione delle
negatività presenti nella psiche.
Allo stesso modo, chi ha fatto soffrire, deve arrivare
al pentimento degli atti compiuti se vuole “liberarsi”
del “peccato” della “colpa” di cui si è caricato.
Anche qui ciò non è tanto dovuto alle relazioni
esterne, al bisogno di “riappacificarsi” con la
comunità o la società, quanto alla risoluzioni delle
dinamiche interiori: chi non si pente del dolore
volutamente arrecato, non riconosce l’erroneità delle
spinte psichiche che lo hanno portato a quei
comportamenti, ma al contrario, ritiene che il
comportamento tenuto fosse giusto e quindi ritiene
esistano condizioni che rendano giusto(attenzione,
giusto, non comprensibile o perdonabile) il portare
sofferenze agli altri. Se esiste un’etica così
strutturata, il Male è ancora presente e al contempo
nascosto sotto la parvenza di giustizia, perché esiste
la possibilità di concepire come giustizia, l’infliggere
scientemente dolore.
A questo riguardo è importante notare che il Male
qui non è espresso come giudizio etico su un
comportamento, ma come l’osservazione “neutra”
del permanere della sofferenza. Il Bene assoluto è
assenza di sofferenza. La presenza di sofferenza è
Male e ciò è tanto più evidente se si pensa che in
tutte le religioni il premio della virtù è il Paradiso,
seppur con diversi nomi, dove, chiaramente, la
sofferenza non esiste ed anzi è presente la gioia più
piena.
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